Un sito bellissimo

Socrate

Avevo fatto un sito bellissimo. Non per me, per un’altra persona. Glielo avevo regalato. Ci avevo messo tempo, dedizione, passione. Avevo raccolto da me il materiale, frugando nei meandri di vecchi siti creati da mani inesperte, e da mani inesperte abbandonati al loro destino; e aggiungendone altri che avevo, amorevolmente, ricavato dal caos primigenio, un caos a cui nessuno aveva sentito il bisogno di dare mai un ordine.

Era un sito classico, come non se ne fanno più. Usava, sì, l’ultimo modello di WordPress: responsivo, adattabile a ogni tocco di smartphone, di tablet o di pc; aggiornato in tutti i (pochi) plugin, perché di plugin – è l’ABC del webdesign – bisogna metterne il meno possibile, e non 22 come avevano fatto le mani inesperte, lasciando campo libero per immediati hackeraggi che avevano oscurato il vecchio sito per un bel po’.

Era un sito classico, dicevo, come non se ne fanno più. Usava una lingua perduta, quella italiana, non dico la lingua di Dante, ma quella che un tempo era la koiné. Comprensibile, chiara, per tutti, priva di errori e refusi e, non ultimo, leggibile da sinistra a destra. Non perché altri siti scrivessero, come da Vinci, specularmente. Ma perché oggi si scrive da nord a sud. Ed era un sito che parlava in inglese: be’, non quello di Shakespeare, ovvio, ma l’inglese dei nostri giorni, quello che capiscono sia gli anglosassoni che gli italiani perché un po’, lo ammetto, per fare presto lo avevo tradotto con Google. Ma se vuoi produrre un sito bilingue in due giorni devi fare così.

Era un sito vetrina con tutti i crismi, perché doveva illustrare un’attività. Per questo spiegava – in pagine separate, ordinatamente suddivise in un menu – chi l’aveva fondata, in che consisteva, cosa avresti potuto fare, e i riconoscimenti che l’attività aveva avuto negli anni: articoli sui giornali, su Internet, persino una medaglia. Aveva un modulo di ricerca, uno di contatto anch’esso bilingue e chi voleva saperne di più scriveva. Per non farsi mancare nulla, il sito bellissimo interagiva con i social: un clic in homepage ed eri su Facebook, qualche clic più in là e ti lanciavi su Instagram, ancora Facebook, Twitter, YouTube, potevi iscriverti ai feed RSS e persino chattare in diretta su WhatsApp. Ed era collegato a un altro sito bellissimo dell’attività che, in base al principio di coerenza (non quello del marketing, ma del webdesign), avevo creato con lo stesso modello e gli stessi font. L’immagine aziendale ne usciva vincente, unitaria e rassicurante.

«È bello», mi ha detto la sua padrona. Mi è sembrato che le piacesse. Poi, un giorno, il sito non è andato bene più. Prima ancora che riuscissi a finirlo, aggiungendo qualcuna delle 1300 immagini che dal caos originale avevo salvato e catalogato, il sito bellissimo è finito di nuovo in mani inesperte; altre, certo, non quelle che lo avevano martoriato in passato, disperdendone persino la password del database, che in uno sforzo immane avevo estratto dai meandri e ripristinato . «Lo vogliono cambiare», ha detto la sua padrona. Non ho chiesto, dopo tanto lavoro faceva troppo male.

Ora il sito bellissimo non c’è più. Ne restano le vestigia, quelle che le nuove mani hanno pensato di tenere, per fare meno lavoro. Al suo posto c’è un sito bruttissimo (ok, solo brutto, o penserete che sono parziale). Si legge da nord a sud, come dicevo, perché va di moda. Pazienza che a lungo andare, a scorrere una landing page che rulla veloce verso il basso in una caccia al tesoro alle informazioni (che ora sono ben nascoste), girino gli occhi. Non importa leggere, l’importante è adeguarsi al trend – che cambierà, appena gli oculisti segnaleranno il problema. Del resto, neppure i testi danno più informazioni: descrivono stati d’animo, dipingono idee, le rappresentano con poche parole, non importa la sintassi, e con immagini. Alcune, quelle scelte da me. E in basso, in quello che i webdesigner chiamano il footer, scomparso il contrasto non si legge più nulla (i dislessici protesteranno). Le mani inesperte non sono mai andate in tv, o gli avrebbero detto che il rosso sugli schermi ‘spara’, soprattutto se nelle tonalità più violente.

Come tutte le cose belle, il sito bellissimo ha avuto un principio e una fine. Ne resta un concreto ricordo, l’ho in parte salvato prima che fosse ammazzato. Non chiedetemi di ripristinarlo: il mondo vuole landing pages che diano lavoro a ottici e oculisti.

Come Socrate, resto però a pensare: perché?