Un sito bellissimo

Socrate

Avevo fatto un sito bellissimo. Non per me, per un’altra persona. Glielo avevo regalato. Ci avevo messo tempo, dedizione, passione. Avevo raccolto da me il materiale, frugando nei meandri di vecchi siti creati da mani inesperte, e da mani inesperte abbandonati al loro destino; e aggiungendone altri che avevo, amorevolmente, ricavato dal caos primigenio, un caos a cui nessuno aveva sentito il bisogno di dare mai un ordine.

Era un sito classico, come non se ne fanno più. Usava, sì, l’ultimo modello di WordPress: responsivo, adattabile a ogni tocco di smartphone, di tablet o di pc; aggiornato in tutti i (pochi) plugin, perché di plugin – è l’ABC del webdesign – bisogna metterne il meno possibile, e non 22 come avevano fatto le mani inesperte, lasciando campo libero per immediati hackeraggi che avevano oscurato il vecchio sito per un bel po’.

Era un sito classico, dicevo, come non se ne fanno più. Usava una lingua perduta, quella italiana, non dico la lingua di Dante, ma quella che un tempo era la koiné. Comprensibile, chiara, per tutti, priva di errori e refusi e, non ultimo, leggibile da sinistra a destra. Non perché altri siti scrivessero, come da Vinci, specularmente. Ma perché oggi si scrive da nord a sud. Ed era un sito che parlava in inglese: be’, non quello di Shakespeare, ovvio, ma l’inglese dei nostri giorni, quello che capiscono sia gli anglosassoni che gli italiani perché un po’, lo ammetto, per fare presto lo avevo tradotto con Google. Ma se vuoi produrre un sito bilingue in due giorni devi fare così.

Era un sito vetrina con tutti i crismi, perché doveva illustrare un’attività. Per questo spiegava – in pagine separate, ordinatamente suddivise in un menu – chi l’aveva fondata, in che consisteva, cosa avresti potuto fare, e i riconoscimenti che l’attività aveva avuto negli anni: articoli sui giornali, su Internet, persino una medaglia. Aveva un modulo di ricerca, uno di contatto anch’esso bilingue e chi voleva saperne di più scriveva. Per non farsi mancare nulla, il sito bellissimo interagiva con i social: un clic in homepage ed eri su Facebook, qualche clic più in là e ti lanciavi su Instagram, ancora Facebook, Twitter, YouTube, potevi iscriverti ai feed RSS e persino chattare in diretta su WhatsApp. Ed era collegato a un altro sito bellissimo dell’attività che, in base al principio di coerenza (non quello del marketing, ma del webdesign), avevo creato con lo stesso modello e gli stessi font. L’immagine aziendale ne usciva vincente, unitaria e rassicurante.

«È bello», mi ha detto la sua padrona. Mi è sembrato che le piacesse. Poi, un giorno, il sito non è andato bene più. Prima ancora che riuscissi a finirlo, aggiungendo qualcuna delle 1300 immagini che dal caos originale avevo salvato e catalogato, il sito bellissimo è finito di nuovo in mani inesperte; altre, certo, non quelle che lo avevano martoriato in passato, disperdendone persino la password del database, che in uno sforzo immane avevo estratto dai meandri e ripristinato . «Lo vogliono cambiare», ha detto la sua padrona. Non ho chiesto, dopo tanto lavoro faceva troppo male.

Ora il sito bellissimo non c’è più. Ne restano le vestigia, quelle che le nuove mani hanno pensato di tenere, per fare meno lavoro. Al suo posto c’è un sito bruttissimo (ok, solo brutto, o penserete che sono parziale). Si legge da nord a sud, come dicevo, perché va di moda. Pazienza che a lungo andare, a scorrere una landing page che rulla veloce verso il basso in una caccia al tesoro alle informazioni (che ora sono ben nascoste), girino gli occhi. Non importa leggere, l’importante è adeguarsi al trend – che cambierà, appena gli oculisti segnaleranno il problema. Del resto, neppure i testi danno più informazioni: descrivono stati d’animo, dipingono idee, le rappresentano con poche parole, non importa la sintassi, e con immagini. Alcune, quelle scelte da me. E in basso, in quello che i webdesigner chiamano il footer, scomparso il contrasto non si legge più nulla (i dislessici protesteranno). Le mani inesperte non sono mai andate in tv, o gli avrebbero detto che il rosso sugli schermi ‘spara’, soprattutto se nelle tonalità più violente.

Come tutte le cose belle, il sito bellissimo ha avuto un principio e una fine. Ne resta un concreto ricordo, l’ho in parte salvato prima che fosse ammazzato. Non chiedetemi di ripristinarlo: il mondo vuole landing pages che diano lavoro a ottici e oculisti.

Come Socrate, resto però a pensare: perché?

Il piccolo principe e la dipendenza affettiva

Alzi la mano chi non ha amato, citato, regalato Il piccolo principe.

Il piccolo principe e la dipendenza affettiva

So che l’avete alzata praticamente tutti. L’avete letto ragazzini, restando colpiti dal disegno del cappello che non è un copricapo, ma un elefante inghiottito da un boa: un disegno così, confessatelo, l’avete fatto anche voi, rifiutandovi di dire cosa rappresentasse. L’avete riletto da adulti, amandolo molto di più, commuovendovi per l’addio alla rosa, versando lacrime per quello alla volpe: vi ha ‘risuonato’ troppo (tra poco vi spiegherò il perché). Vi siete offerti di accompagnare i nipotini al cinema, pur di scoprirne la versione film d’animazione, un po’ troppo innovativa per i vostri gusti, ma l’importante è non essersela persa. E, soprattutto, l’avete citato. Ovunque: sulle lettere d’amore come su WhatsApp, rendendo noto persino all’idraulico, attraverso i vostri ‘stati’ con le citazioni del principino, che ne siete un fan. Ora, mentre sorseggiate un cappuccino nella vostra tazza (del piccolo principe), rileggendo ancora una volta la citazione sulla vostra tovaglietta (del piccolo principe), state a sentire perché dovreste essere molto arrabbiati con il suo autore, Antoine de Saint-Exupéry.

Quell’uomo, che con le royalties delle vendite avrebbe potuto vivere di rendita per sempre (se non fosse defunto due anni dopo la pubblicazione del capolavoro), è il motivo per cui molti di voi stanno spendendo un sacco di soldi dallo psicoterapeuta. Sebbene il vostro, o la vostra, strizzacervelli stia infatti facendo di tutto, da anni, per farvi comprendere che la dipendenza affettiva è un mostro da combattere, che dovete essere autonomi, indipendenti, capaci di star bene da soli, de Saint-Exupéry, stampato in milioni di copie diffuse in tutto il globo terrestre (e probabilmente pure tra gli alieni, considerata la tematica spaziale), rema contro, dimostrando il contrario. Secondo lui, infatti, la dipendenza affettiva è addirittura desiderabile. Pazienza se vi farà stare male. Leggete il testo e constatate se non ho ragione.

“Buon giorno”, disse la volpe.
“Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno. […]
“Vieni a giocare con me”, disse la volpe, “non sono addomesticata”.
“Ah! Scusa”, fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
“Che cosa vuol dire addomesticare?”

Qui siamo in un momento chiave, in cui tutto può ancora succedere. Basterebbe che la volpe dicesse: “Lascia stare, facciamoci una partita a pallone e poi ognuno per la sua strada!” Ma lei insiste. Vuol creare tra loro un rapporto di dipendenza, basato sul bisogno.

“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…”
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro.”

Il piccolo principe, che non è mai andato da uno psicologo, fa un debole tentativo di sottrarsi adducendo la banale scusa di non aver tempo, ma lei, intuendo le sue carenze affettive, lo convince: “Se tu vuoi un amico addomesticami!” Il ragazzino cede. Non contenta, lei (che, non a caso, è una volpe), per renderlo schiavo dei loro incontri gli suggerisce di adottare un rito: presentarsi sempre alla stessa ora. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità!

Un adulto autonomo, indipendente e ben psicanalizzato se la darebbe a gambe levate. Il piccolo principe resta. Perché, alla fine, è più forte di quel che sembri: al momento dell’addio, è la volpe a star male.

“Ah!” disse la volpe, “…Piangerò”.
“ La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “Io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”

[qui si potrebbe aprire un ampio capitolo legato alle questioni di genere: lei/volpe seduttrice abbandonata, lui/principe sedotto ma in fuga…]

Forse, avendo già sperimentato la dipendenza in una precedente relazione (quella con la rosa), il piccolo ci va più cauto. Nel dirgli addio, la volpe crudelmente rigira il coltello nella piaga, ricordandogliela e richiamandolo ai suoi ‘doveri’:

“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”. […] “Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”

Quando saluta la volpe, il piccolo principe ha perso per sempre la spensieratezza. Ha sfiorato la dipendenza affettiva, sperimentato il dolore del distacco e della perdita, assodato l’impossibilità di capire ciò che lo circonda (“L’essenziale è invisibile agli occhi”). È troppo anche per lui. Abbandona questo mondo, lasciando all’aviatore un disincantato, ma saggio, insegnamento: meglio non affezionarsi a nessuno: alla fine, siamo solo puntini nell’universo.

“Guarderai le stelle, la notte. È troppo piccolo da me perché ti possa mostrare dove si trova la mia stella. È meglio così. La mia stella sarà per te una delle stelle. Quando guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero.

Bella, ricca e…? Una questione di autostima

Fin dalla più tenera infanzia, ogni donna sa che le converrà essere bella.

Se è stata così fortunata da esserlo almeno per un periodo della sua vita, ricorderà per sempre le voci degli amici di mamma e papà che, incontrandola in giro sul passeggino, “Ma che bella bambina!”, esclamavano, abbassandosi a coccolarla; “Che begli occhioni!”, “Che bei capelli”, “Che bel colorito”! A scuola, la fortunata ragazzina si renderà conto che i suoi risultati, di per sé già buoni o brillanti (per il principio della kalokagathia ben espresso dagli antichi Greci), verranno potenziati se il destino, il Ministero dell’Istruzione o gli auspici dei solerti genitori avranno fatto trovare sul suo cammino degli insegnanti in grado di apprezzarla – moralmente ed esteticamente. Quando uscirà a far spese, noterà che i negozianti uomini saranno particolarmente gentili con lei; se sarà accompagnata da una figura di accudimento (madre o babysitter) anch’ella altrettanto, o più, fortunata, inizierà a osservare da spettatrice esterna i meccanismi primordiali del corteggiamento, che rendono impossibile che una donna avvenente passeggi indisturbata per strada senza che almeno un paio di maschi le chiedano, chissà perché, l’ora o un’indicazione stradale.

Crescendo, la nostra Bella, conquistando l’autonomia come tutti gli esseri umani, entrerà in contatto con i suoi simili senza la mediazione di altri adulti e si troverà a scontrarsi con la dura realtà, rendendosi conto da un lato di non essere la sola, e quindi di dover affrontare una nutrita concorrenza (il che potrebbe costringerla a elevare sempre di più i suoi standard con conseguenti spese di estetista, coiffeur, chirurgo estetico); dall’altro, di dover imparare a gestire il suo potenziale di attrazione, che spesso le calamiterà intorno elementi indesiderati. Mentre si destreggerà tra rivali che cercheranno di soffiarle l’oggetto dei suoi desideri, bruttine appiccicose che si faranno a zerbino per esserle amiche, corteggiatori insistenti che non desisteranno neppure quando sarà costretta, in barba alla kalokagathia, a essere un tantino crudele, Bella si troverà di fronte un altro imprevisto: l’invidia di chi altrettanto fortunata non è stata, in κάλλος, in ἀγαθωσύνη o in autostima.

Comprenderà, dunque, che per realizzare i suoi obiettivi di vita – dal fondare una ONG in Burundi al diventare CEO di una multinazionale, allo sposare il sosia di Fedez o il principe azzurro della porta accanto – deve sviluppare un’altra precisa qualità, che la renderà in grado di superare ogni ostacolo. Ricordando l’ispirato titolo di un libro di successo e rendendosi conto di non poter diventare in breve tempo anche ricca, concluderà che l’unica soluzione è trasformarsi in stronza. Entusiasta del nuovo progetto, si metterà all’opera: comprerà il libro e lo leggerà, pensando di trovarvi pratiche soluzioni per sviluppare lo sguardo di ghiaccio con cui fare tabula rasa delle rivali, il pugno di ferro per assoggettare team di lavoro, la forza di volontà per passare come un carrarmato sui diritti di coloro che le calpestano i suoi. E scoprirà che sarebbe più facile diventare ricca.

Se vuoi diventare stronza, fa capire l’illuminato autore del bestseller, non serve ispirarti a Crudelia De Mon. Devi costruirti una solida autostima. “È l’esperienza della tua capacità di affrontare da sola le difficoltà la materia con la quale tu costruisci la stima e l’amore per te stessa, il motore che spinge la tua auto nella pista della vita e ti porta al traguardo. Perché solo la tua esperienza ti può dimostrare che sei in grado di affrontare qualsiasi difficoltà da sola, senza l’aiuto di nessuno. Solo così, puoi conquistare la tua sicurezza. Devi dimostrare a te stessa che hai le capacità di affrontare da sola le difficoltà. Che sei indipendente dagli altri. Che sei autonoma. Autosufficiente. Solo così, puoi avere la capacità di risolvere il problema della tua felicità.” Bella chiude il libro di scatto. Indossa la tracolla Louis Vuitton che ha comprato online con lo sconto dell’80%, perché le rivali sono griffate. Avvia l’utilitaria usata ereditata dal nonno, perché ancora non è ricca. E corre dal tabaccaio.

A comprare un biglietto della lotteria.

È più facile morire che dirlo

Per andarsene da questo mondo ci sono mille modi, più o meno improvvisi, più o meno drammatici, più o meno fantasiosi. Il risultato, però, è sempre lo stesso: purtroppo (in alcuni casi, per fortuna?) non ci siamo più. Per chi crede nella vita eterna, continuiamo a esistere in un’altra realtà, per chi non crede nell’Aldilà finiamo di esistere e basta. Comunque si veda la cosa, per chi è ancora vivo, prima ci siamo e poi non ci siamo più. Punto.

Eppure, di fronte alla disarmante univocità di un concetto così semplice, l’essere umano si trova disorientato. Provate a decidere con quali parole annunciare a qualcuno la morte di una persona cara, e scoprirete che siete in difficoltà, più precisamente in imbarazzo. Di fronte alla delicatezza richiesta da un momento simile, il più ampio dei vocabolari è insufficiente a esprimere ciò che stiamo provando, ciò che proverà il nostro interlocutore, soprattutto il nostro desiderio di non dover essere noi a portare la triste notizia.

E allora diventiamo poeti: “è volato in Cielo”, “è spirato”. Nichilisti: “non c’è più”, “non ce l’ha fatta”, “è scomparso”, “si è spento”. Religiosi: “è tornato alla casa del Signore”. Spirituali: “è passato a miglior (o nuova) vita”. Ci ricolleghiamo a ciò che ancora esiste di vivo: “ci ha lasciati”, “ha abbandonato questo mondo”. Temporeggiamo: “devo darti una brutta notizia”.

In qualunque modo annunceremo la perdita di un amico o di un parente, il risultato sarà – o almeno dovrebbe essere – sempre lo stesso: chi lo viene a sapere si rattrista, si addolora, si dispera, piange (i casi in cui si esulta sono sporadici). Quelle locuzioni garbate dovrebbero avere l’effetto di prendere tempo, di rendere più accettabile la notizia, di darla più gradualmente. Però arriva lo stesso come un pugno in faccia, come uno scontro frontale in automobile, come una testata su un muro.

Personalmente, senza tanti giri di parole, dico: è morto”. Lo faccio per un riguardo verso chi mi ascolta: deve sapere, ha diritto di essere informato subito, senza neppure quei pochi secondi di dilazione. Lo so, potrebbe sembrare brutale.

Ma la verità non è forse sempre brutale?

Se Aladino è una fiaba diseducativa

Lampada di ALadino

Avevo appena finito di leggere Mia nonna saluta e chiede scusa, di Fredrik Backman, e non mi andava di alzarmi dalla poltrona. Una volta tanto che c’ero.

Così, ho allungato il braccio verso la mia biblioteca vintage e ho preso il primo libro che mi veniva a tiro e che potessi leggere in un quarto d’ora. Aladino e la lampada magica. Letto alcune volte nell’infanzia, e poi dimenticato. Si legge in un quarto d’ora se ve lo volete proprio gustare con calma, altrimenti lo finite in 8-10 minuti (incluso il tempo per estrarre dal cartonato le linguette che permettono le animazioni dei personaggi).

E così, ho scoperto che le fiabe per bambini sono una fregatura: i genitori le acquistano sperando in letture edificanti, i pargoli le digeriscono apparentemente senza problemi e tornano a giocare alla playstation, ma, nel loro subconscio… Come facciamo a sapere che Aladdin e i suoi consimili non abbiano lasciato nefaste tracce? Sentite (anzi leggete) qua.

Pagina 1 (i numeri non ci sono, ma ce li mettiamo noi): Aladino viene avvicinato da uno sconosciuto, che dice di essere suo zio. Il ragazzo ha una madre che di certo gli ha spiegato che non si accetta alcunché dagli sconosciuti, ma è disposto a credere alla evidente menzogna pur di ottenere dei vestiti nuovi, che il sedicente zio gli compra per corromperlo. Aladino è povero, bisogna capirlo, ed è già una fortuna che non gli succeda ben di peggio, per cui accettiamo quasi con sollievo che il ragazzino si cali sotto una botola, alla ricerca di un tesoro sempre promesso dal falso zio.

Pagina 4 (in mezzo ci sono le illustrazioni ‘animate’): Aladino si ritrova in un meraviglioso giardino, scorge dei frutti luccicanti e subito se ne riempie le tasche, senza chiedere il permesso a nessuno. La mamma, evidentemente, ha dimenticato di insegnargli che non si ruba! La disonestà, però, nella fiaba viene premiata, perché Aladino riesce non solo a salvarsi la vita (il finto zio/ malvagio mago aveva progettato di ucciderlo; ciò non è diseducativo, perché il lettore si immedesima nel Buono e non nel Cattivo), ma anche a ritornare a casa con due oggetti magici: l’anello e la lampada. Il Genio dà prova di sé fornendo abbondante cibo alla famiglia indigente; nelle pagine successive non ci è dato sapere se a casa di Aladino campino a spese del Genio per anni, perché gli autori prudentemente omettono questo dettaglio. Sappiamo, però, che il giovane sa di poter contare su una sorta di reddito di cittadinanza: finché avrà lampada e anello, non soffrirà mai più la fame.

A pagina 7 ritroviamo Aladino che, ormai diventato “un bel giovane”, aspira a sposare la figlia del sultano (e se fosse stato brutto? La fiaba avrebbe avuto una svolta diversa?). Come ogni “bamboccione” che si rispetti – in fondo ha vissuto per anni sulle spalle del Genio – manda sua madre (che già ha avuto una vita difficile: di un padre nel racconto non v’è traccia) a chiedere la mano della ragazza. E lei, di certo abituata a servire i maschi di casa senza protestare, ci va. Però, con un po’ di intuito femminile, porta con sé i frutti luccicanti rubati da Aladino, che non sono altro che pietre preziose.

Il sultano, lungi dal contentarsi, per concedere la mano di sua figlia a un perfetto sconosciuto (che lei di certo non ama) pretende 40 schiavi con 40 vasi d’oro pieni di gioielli; e qui la fiaba vira verso il politically scorrect, perché la schiavitù è finita da un pezzo, e provasse lui a sollevare un vaso d’oro pieno di gemme! Comunque, il Genio provvede anche a questo e i problemi di Aladino sono risolti, incluso quello della casa, perché il Genio è invitato a far apparire un palazzo principesco, dove il giovane vive felice per anni. Ormai la morale della fiaba è evidente: i soldi fanno la felicità!

Finalmente gli autori si ricordano che il conflitto è un elemento essenziale nella narrazione, e fanno ritornare in scena il malvagio mago, che riesce con un trucco a riavere indietro la lampada: Aladino, poco sincero come molti mariti, non aveva mai confessato alla moglie che dietro alla loro agiatezza economica c’era lo sfruttamento di un lavoratore, tenuto in schiavitù. Ancora una volta, tuttavia, Aladino se la cava, grazie all’anello, che gli permette di riavere indietro lampada e moglie, non prima che quest’ultima abbia (inorridite!) avvelenato il mago, che cade a terra morto. Come sempre, ha fatto fare il lavoro sporco a una donna.

La morte del mago non pare turbare gli animi, anzi li rallegra: il volume si chiude con grandi festeggiamenti e i due sposi continuano a vivere “felici e contenti”, senza versare nemmeno un contributo al Fondo Vedove dei Maghi. In fondo, se Aladino ha già rubato gioielli, evaso le tasse ed è sfuggito all’Ispettorato del Lavoro, che scrupoli può avere per aver istigato sua moglie all’omicidio?

Morale della favola (ah, già! erano le favole ad essere educative): le fiabe sono immorali.


Amiamo il Natale, anche se non ci rispetta

Tutti amano il Natale. Anche chi non dovrebbe.

Il Natale, infatti, non ci  rispetta. Il Natale, così come ce lo propongono nella maggior parte del mondo – con la sua parata di addobbi e di luci, con i negozi sfavillanti di potenziali regali e affollati di potenziali compratori che di lì a poco, compulsivamente, diventeranno acquirenti, con i mercatini di arte e artigianato, le vendite di beneficenza e quelle a beneficio del venditore, i torroni e i panettoni, i roccocò e i mostaccioli, le renne di Santa Claus e i maglioni con le renne – è, ammettiamolo, una festa per chi è già felice.

Ti godi il Natale se hai una famiglia da Mulino Bianco, un conto in banca cospicuo con cui acquistare i regali per i figli e i nipoti, una baby-sitter a cui lasciare i bambini che non vanno a scuola per un’infinità di giorni, un salotto grande per accogliere gli ospiti, tanti amici desiderosi di incontrarti.

Il Natale non è la festa di chi non ha; è la festa di chi ha, può avere e vorrebbe sempre di più. Eppure, se oggi celebriamo il Natale, è perché ricordiamo un Bambino che quando è nato non aveva nulla, tranne l’amore dei suoi genitori e il calore di due animali in una capanna. Forse per questo il Natale è considerato la festa della famiglia.

E se uno la famiglia non ce l’ha? Provate a passeggiare per una strada illuminata da comete dorate, decorata da abeti carichi di neve artificiale (o reale) e di festoni argentati, percorsa instancabilmente da gente come voi che però, a differenza di voi, ha il cuore pieno di gioia (e le mani piene di pacchetti). Provate a spiegare ai vostri simili felici che a voi il Natale non va per niente, perché è venuto a mancare uno dei vostri cari, o perché siete cresciuti senza una vera famiglia, o perché qualcuno che amate se ne sta andando, o perché avete perso il lavoro e non avete soldi. Anzi no, non dite niente, perché sareste voi quelli ‘strani’: rifiutare la gioia del Natale è come sparare sulla Croce Rossa.

Il Natale non rispetta chi vorrebbe chiudersi in se stesso per risolvere i suoi problemi, elaborare i suoi dolori, allontanarsi dal rumore per ascoltare dentro di sè. Però vuol essere rispettato. In tutte le sue tradizioni. E allora, se al Natale non potete sfuggire, provate a fuggire. Non dico in Papua Nuova Guinea, una delle mete in cui non si festeggia il Natale. Ma magari in una piccola località così disabitata che l’unico passante sarà un canuto vecchietto. E non tenterà di prendervi in braccio in un grande magazzino, indossando un completo rosso e una barba finta.

Elena Ferrante è più fortunata di Chiara Ferragni

Elena Ferrante è una donna fortunata.

E non perché abbia venduto oltre dieci milioni di copie del suo romanzo L’amica geniale nel mondo, o perché dal suo successo sia stata tratta una fiction in 4 puntate per Rai Uno, i cui diritti sono stati subito accaparrati dalle tv internazionali. Per non parlare delle vendite degli altri romanzi. Ma nemmeno perché “Time” nel 2016 l’ha inserita nella classifica delle 100 persone (si badi bene, non delle 100 donne) più influenti del mondo, insieme a Papa Francesco e a Mark Zuckerberg (come se non bastasse che, due anni prima, un’altra rivista statunitense, “Foreign Policy”, l’aveva indicata tra i 100 pensatori più influenti). O nemmeno perché può annoverare tra i suoi (milioni di) fan Hillary Clinton, Elizabeth Strout e Jonathan Franzen.

Elena Ferrante è una donna fortunata, perché, a differenza di tutti gli altri scrittori, avendo scelto l’anonimato, non deve presentare i suoi libri in pubblico. Certo, perde l’emozione di trovarsi vis-à-vis con i suoi lettori, di firmare autografi, di ricevere gli applausi (ma poi chi l’ha detto? non sappiamo chi sia: magari, nella vita ‘ufficiale’, con il suo vero nome si gode tutto ciò). Ma volete mettere quanto stress si risparmia? Chiunque abbia scritto un libro, e abbia provato a promuoverlo, sa cosa significa. Dall’immane fatica di comprendere i meccanismi arcani di un blog tour (esperienza che, fatta una volta, fa passare per sempre la voglia di pubblicizzarsi) ai defatiganti book tour di presentazione, che obbligano l’Autore a percorrere in poche settimane un maggior chilometraggio della Parigi-Dakar, con la stessa ansia del piccolo protagonista di Dagli Appennini alle Ande, tutto ciò che riguarda la promozione è un atto al quale uno scrittore, anche già affermato, non può sottrarsi. Perché, oggi, i libri si vendono se dietro c’è una faccia, e possibilmente anche un corpo, pronto a farsi un selfie con i fan.

Eppure, Elena Ferrante contraddice questo principio. Vende vagonate di libri senza mai farsi vedere in giro, anzi senza far nemmeno sapere chi è. Si risparmia le corse in stazione per non perdere la coincidenza, la tinta dei capelli più volte al mese per essere perfetta, gli agguati dei fan con il cellulare in mano. Che poi, per lei che è ormai grandicella (Wikipedia ne riporta misteriosamente la data di nascita, qualora un lettore voglia fare ricerche all’anagrafe napoletana), sarebbero anche stancanti. Nonostante il suo pervicace anonimato, Elena Ferrante è un’influencer.

Anche Chiara Ferragni è una influencer. Però, per continuare a mantenere in piedi il suo impero multimediale, Chiara Ferragni deve mostrarsi sempre, continuamente, ed è bene che lo faccia, perché qualcuno altrimenti potrebbe dimenticarsi di lei, e sostituirla nei suoi pensieri con un’altra fashion blogger equivalente, magari un po’ più carina (come Olivia Palermo). Per essere famosa, Chiara Ferragni deve viaggiare, cambiarsi continuamente d’abito e farsi fotografare in tutte le pose più personali, inclusa quella in reggiseno che le ha attirato sarcastici commenti sulle sue scarse rotondità.

Ecco, Elena Ferrante non dovrà mai giustificare la sua taglia di reggiseno. E questo, già da solo, è un buon motivo per considerarla una donna fortunata.

Dimmi come ti vesti, ti dirò che amico sei

Gli amici sono come i vestitiGli amici sono come i vestitiTi potrebbe piacere averne molti e diversi, per cambiarli ogni volta che ti va. Usciresti di mattina con quello svelto e leggero, di pomeriggio con quello più serio, di sera con quello adatto per le serate mondane. Li ameresti tutti, chi un po’ di più chi un po’ di meno, li sfoggeresti in molte occasioni, finché qualcuno non iniziasse ad andarti troppo stretto (o troppo largo). E allora, penseresti che forse è ora di procurartene uno nuovo. O, perché no, di rifarti l’intero guardaroba. Costi quel che costi.

Oppure, ti potrebbe andar bene averne davvero pochi, certo un po’ consumati dal tempo, che però non cambieresti per nessuna ragione al mondo. In fondo, con loro sei nella tua zona di confort. Ampliare il guardaroba sarebbe una rarità, rinnovarlo del tutto manco a parlarne. E, se qualche abito avesse bisogno di un po’ di cure in più, non penseresti che valga la pena di perderci del tempo. Ti copre comunque.

Se sei sempre all’ultima moda, forse però conservi nel tuo armadio almeno un capo che ti possa avvolgere con il calore dei ricordi e delle certezze, quando ne hai bisogno. Se invece la comodità è il tuo obiettivo, con il cambio di stagione corri a cercare un capo che ti faccia, qualche volta, sentire diversa/o.

E, se non c’è più spazio nel tuo guardaroba, non buttare via un abito solo perché non è più nuovo come prima, o credi non ti possa servire più. Se oggi lo ritieni un ingombro quasi insopportabile alla vista, domani potresti accorgerti che il vestito che hai dato via, proprio lui, sarebbe stato perfetto per un’occasione a cui nient’altro si adatta. C’è stato un tempo in cui lo hai scelto e amato. Lui è sempre uguale. Forse sei tu che non lo sei più.