Se Aladino è una fiaba diseducativa

Lampada di ALadino

Avevo appena finito di leggere Mia nonna saluta e chiede scusa, di Fredrik Backman, e non mi andava di alzarmi dalla poltrona. Una volta tanto che c’ero.

Così, ho allungato il braccio verso la mia biblioteca vintage e ho preso il primo libro che mi veniva a tiro e che potessi leggere in un quarto d’ora. Aladino e la lampada magica. Letto alcune volte nell’infanzia, e poi dimenticato. Si legge in un quarto d’ora se ve lo volete proprio gustare con calma, altrimenti lo finite in 8-10 minuti (incluso il tempo per estrarre dal cartonato le linguette che permettono le animazioni dei personaggi).

E così, ho scoperto che le fiabe per bambini sono una fregatura: i genitori le acquistano sperando in letture edificanti, i pargoli le digeriscono apparentemente senza problemi e tornano a giocare alla playstation, ma, nel loro subconscio… Come facciamo a sapere che Aladdin e i suoi consimili non abbiano lasciato nefaste tracce? Sentite (anzi leggete) qua.

Pagina 1 (i numeri non ci sono, ma ce li mettiamo noi): Aladino viene avvicinato da uno sconosciuto, che dice di essere suo zio. Il ragazzo ha una madre che di certo gli ha spiegato che non si accetta alcunché dagli sconosciuti, ma è disposto a credere alla evidente menzogna pur di ottenere dei vestiti nuovi, che il sedicente zio gli compra per corromperlo. Aladino è povero, bisogna capirlo, ed è già una fortuna che non gli succeda ben di peggio, per cui accettiamo quasi con sollievo che il ragazzino si cali sotto una botola, alla ricerca di un tesoro sempre promesso dal falso zio.

Pagina 4 (in mezzo ci sono le illustrazioni ‘animate’): Aladino si ritrova in un meraviglioso giardino, scorge dei frutti luccicanti e subito se ne riempie le tasche, senza chiedere il permesso a nessuno. La mamma, evidentemente, ha dimenticato di insegnargli che non si ruba! La disonestà, però, nella fiaba viene premiata, perché Aladino riesce non solo a salvarsi la vita (il finto zio/ malvagio mago aveva progettato di ucciderlo; ciò non è diseducativo, perché il lettore si immedesima nel Buono e non nel Cattivo), ma anche a ritornare a casa con due oggetti magici: l’anello e la lampada. Il Genio dà prova di sé fornendo abbondante cibo alla famiglia indigente; nelle pagine successive non ci è dato sapere se a casa di Aladino campino a spese del Genio per anni, perché gli autori prudentemente omettono questo dettaglio. Sappiamo, però, che il giovane sa di poter contare su una sorta di reddito di cittadinanza: finché avrà lampada e anello, non soffrirà mai più la fame.

A pagina 7 ritroviamo Aladino che, ormai diventato “un bel giovane”, aspira a sposare la figlia del sultano (e se fosse stato brutto? La fiaba avrebbe avuto una svolta diversa?). Come ogni “bamboccione” che si rispetti – in fondo ha vissuto per anni sulle spalle del Genio – manda sua madre (che già ha avuto una vita difficile: di un padre nel racconto non v’è traccia) a chiedere la mano della ragazza. E lei, di certo abituata a servire i maschi di casa senza protestare, ci va. Però, con un po’ di intuito femminile, porta con sé i frutti luccicanti rubati da Aladino, che non sono altro che pietre preziose.

Il sultano, lungi dal contentarsi, per concedere la mano di sua figlia a un perfetto sconosciuto (che lei di certo non ama) pretende 40 schiavi con 40 vasi d’oro pieni di gioielli; e qui la fiaba vira verso il politically scorrect, perché la schiavitù è finita da un pezzo, e provasse lui a sollevare un vaso d’oro pieno di gemme! Comunque, il Genio provvede anche a questo e i problemi di Aladino sono risolti, incluso quello della casa, perché il Genio è invitato a far apparire un palazzo principesco, dove il giovane vive felice per anni. Ormai la morale della fiaba è evidente: i soldi fanno la felicità!

Finalmente gli autori si ricordano che il conflitto è un elemento essenziale nella narrazione, e fanno ritornare in scena il malvagio mago, che riesce con un trucco a riavere indietro la lampada: Aladino, poco sincero come molti mariti, non aveva mai confessato alla moglie che dietro alla loro agiatezza economica c’era lo sfruttamento di un lavoratore, tenuto in schiavitù. Ancora una volta, tuttavia, Aladino se la cava, grazie all’anello, che gli permette di riavere indietro lampada e moglie, non prima che quest’ultima abbia (inorridite!) avvelenato il mago, che cade a terra morto. Come sempre, ha fatto fare il lavoro sporco a una donna.

La morte del mago non pare turbare gli animi, anzi li rallegra: il volume si chiude con grandi festeggiamenti e i due sposi continuano a vivere “felici e contenti”, senza versare nemmeno un contributo al Fondo Vedove dei Maghi. In fondo, se Aladino ha già rubato gioielli, evaso le tasse ed è sfuggito all’Ispettorato del Lavoro, che scrupoli può avere per aver istigato sua moglie all’omicidio?

Morale della favola (ah, già! erano le favole ad essere educative): le fiabe sono immorali.