Alzi la mano chi non ha amato, citato, regalato Il piccolo principe.

So che l’avete alzata praticamente tutti. L’avete letto ragazzini, restando colpiti dal disegno del cappello che non è un copricapo, ma un elefante inghiottito da un boa: un disegno così, confessatelo, l’avete fatto anche voi, rifiutandovi di dire cosa rappresentasse. L’avete riletto da adulti, amandolo molto di più, commuovendovi per l’addio alla rosa, versando lacrime per quello alla volpe: vi ha ‘risuonato’ troppo (tra poco vi spiegherò il perché). Vi siete offerti di accompagnare i nipotini al cinema, pur di scoprirne la versione film d’animazione, un po’ troppo innovativa per i vostri gusti, ma l’importante è non essersela persa. E, soprattutto, l’avete citato. Ovunque: sulle lettere d’amore come su WhatsApp, rendendo noto persino all’idraulico, attraverso i vostri ‘stati’ con le citazioni del principino, che ne siete un fan. Ora, mentre sorseggiate un cappuccino nella vostra tazza (del piccolo principe), rileggendo ancora una volta la citazione sulla vostra tovaglietta (del piccolo principe), state a sentire perché dovreste essere molto arrabbiati con il suo autore, Antoine de Saint-Exupéry.
Quell’uomo, che con le royalties delle vendite avrebbe potuto vivere di rendita per sempre (se non fosse defunto due anni dopo la pubblicazione del capolavoro), è il motivo per cui molti di voi stanno spendendo un sacco di soldi dallo psicoterapeuta. Sebbene il vostro, o la vostra, strizzacervelli stia infatti facendo di tutto, da anni, per farvi comprendere che la dipendenza affettiva è un mostro da combattere, che dovete essere autonomi, indipendenti, capaci di star bene da soli, de Saint-Exupéry, stampato in milioni di copie diffuse in tutto il globo terrestre (e probabilmente pure tra gli alieni, considerata la tematica spaziale), rema contro, dimostrando il contrario. Secondo lui, infatti, la dipendenza affettiva è addirittura desiderabile. Pazienza se vi farà stare male. Leggete il testo e constatate se non ho ragione.
“Buon giorno”, disse la volpe.
“Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno. […]
“Vieni a giocare con me”, disse la volpe, “non sono addomesticata”.
“Ah! Scusa”, fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
“Che cosa vuol dire addomesticare?”
Qui siamo in un momento chiave, in cui tutto può ancora succedere. Basterebbe che la volpe dicesse: “Lascia stare, facciamoci una partita a pallone e poi ognuno per la sua strada!” Ma lei insiste. Vuol creare tra loro un rapporto di dipendenza, basato sul bisogno.
“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…”
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro.”
Il piccolo principe, che non è mai andato da uno psicologo, fa un debole tentativo di sottrarsi adducendo la banale scusa di non aver tempo, ma lei, intuendo le sue carenze affettive, lo convince: “Se tu vuoi un amico addomesticami!” Il ragazzino cede. Non contenta, lei (che, non a caso, è una volpe), per renderlo schiavo dei loro incontri gli suggerisce di adottare un rito: presentarsi sempre alla stessa ora. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità!”
Un adulto autonomo, indipendente e ben psicanalizzato se la darebbe a gambe levate. Il piccolo principe resta. Perché, alla fine, è più forte di quel che sembri: al momento dell’addio, è la volpe a star male.
“Ah!” disse la volpe, “…Piangerò”.
“ La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “Io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
[qui si potrebbe aprire un ampio capitolo legato alle questioni di genere: lei/volpe seduttrice abbandonata, lui/principe sedotto ma in fuga…]
Forse, avendo già sperimentato la dipendenza in una precedente relazione (quella con la rosa), il piccolo ci va più cauto. Nel dirgli addio, la volpe crudelmente rigira il coltello nella piaga, ricordandogliela e richiamandolo ai suoi ‘doveri’:
“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”. […] “Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”
Quando saluta la volpe, il piccolo principe ha perso per sempre la spensieratezza. Ha sfiorato la dipendenza affettiva, sperimentato il dolore del distacco e della perdita, assodato l’impossibilità di capire ciò che lo circonda (“L’essenziale è invisibile agli occhi”). È troppo anche per lui. Abbandona questo mondo, lasciando all’aviatore un disincantato, ma saggio, insegnamento: meglio non affezionarsi a nessuno: alla fine, siamo solo puntini nell’universo.
“Guarderai le stelle, la notte. È troppo piccolo da me perché ti possa mostrare dove si trova la mia stella. È meglio così. La mia stella sarà per te una delle stelle. Quando guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero.

Ti potrebbe piacere averne molti e diversi, per cambiarli ogni volta che ti va. Usciresti di mattina con quello svelto e leggero, di pomeriggio con quello più serio, di sera con quello adatto per le serate mondane. Li ameresti tutti, chi un po’ di più chi un po’ di meno, li sfoggeresti in molte occasioni, finché qualcuno non iniziasse ad andarti troppo stretto (o troppo largo). E allora, penseresti che forse è ora di procurartene uno nuovo. O, perché no, di rifarti l’intero guardaroba. Costi quel che costi.