
Per andarsene da questo mondo ci sono mille modi, più o meno improvvisi, più o meno drammatici, più o meno fantasiosi. Il risultato, però, è sempre lo stesso: purtroppo (in alcuni casi, per fortuna?) non ci siamo più. Per chi crede nella vita eterna, continuiamo a esistere in un’altra realtà, per chi non crede nell’Aldilà finiamo di esistere e basta. Comunque si veda la cosa, per chi è ancora vivo, prima ci siamo e poi non ci siamo più. Punto.
Eppure, di fronte alla disarmante univocità di un concetto così semplice, l’essere umano si trova disorientato. Provate a decidere con quali parole annunciare a qualcuno la morte di una persona cara, e scoprirete che siete in difficoltà, più precisamente in imbarazzo. Di fronte alla delicatezza richiesta da un momento simile, il più ampio dei vocabolari è insufficiente a esprimere ciò che stiamo provando, ciò che proverà il nostro interlocutore, soprattutto il nostro desiderio di non dover essere noi a portare la triste notizia.
E allora diventiamo poeti: “è volato in Cielo”, “è spirato”. Nichilisti: “non c’è più”, “non ce l’ha fatta”, “è scomparso”, “si è spento”. Religiosi: “è tornato alla casa del Signore”. Spirituali: “è passato a miglior (o nuova) vita”. Ci ricolleghiamo a ciò che ancora esiste di vivo: “ci ha lasciati”, “ha abbandonato questo mondo”. Temporeggiamo: “devo darti una brutta notizia”.
In qualunque modo annunceremo la perdita di un amico o di un parente, il risultato sarà – o almeno dovrebbe essere – sempre lo stesso: chi lo viene a sapere si rattrista, si addolora, si dispera, piange (i casi in cui si esulta sono sporadici). Quelle locuzioni garbate dovrebbero avere l’effetto di prendere tempo, di rendere più accettabile la notizia, di darla più gradualmente. Però arriva lo stesso come un pugno in faccia, come uno scontro frontale in automobile, come una testata su un muro.
Personalmente, senza tanti giri di parole, dico: è morto”. Lo faccio per un riguardo verso chi mi ascolta: deve sapere, ha diritto di essere informato subito, senza neppure quei pochi secondi di dilazione. Lo so, potrebbe sembrare brutale.
Ma la verità non è forse sempre brutale?
